Parola, musica e movimento: così I Care ri-costruisce il benessere del caregiver

Essere caregiver di un familiare è un impegno che assorbe quasi interamente la vita di una persona, lasciando pochissimo spazio alla cura di sé, con un impatto sia sul suo benessere fisico sia su quello psicologico. Per questo il progetto “I Care” ha strutturato dei percorsi di supporto psicologico che mirano a prendersi cura di chi si prende cura, a 360 gradi.

Sostenuto da Fondazione con il Sud, “I Care” è un progetto realizzato nei territori di Lentini, Carlentini, Francofonte, Augusta e Melilli da Cooperativa Sociale Health & Senectus, Fondazione Èbbene ETS, FRADI impresa sociale e Associazione ISNET. Il suo obiettivo principale è quello di restituire al caregiver la propria identità e il proprio ruolo sociale, attraverso una serie di azioni legate tra loro: lo sportello psicologico; il sollievo, che prende la forma del trasporto oncologico o della cura del familiare; l’accompagnamento per il reinserimento lavorativo, attraverso il welfare; l’attività sportiva, le sedute di benessere psicofisico individuali e di gruppo.

Prendersi cura dei caregiver: gli incontri di benessere di I Care

Un esempio concreto di come I Care si prende cura dei caregiver arriva dai percorsi di benessere psicofisico, con particolare riferimento agli incontri indirizzati a genitori di ragazzi e ragazze con disabilità, composto da coppie più e meno giovani, che si confrontano e si danno supporto reciproco, ciascuno in base alla propria personale esperienza.

Il percorso si apre con gli incontri di parola, uno spazio dedicato in cui ogni partecipante può raccontare la propria storia, ripercorrendo le tappe che vanno dalla gravidanza alla scoperta della disabilità, fino al momento dell’inserimento scolastico. Questo confronto continuo permette ai genitori di non sentirsi soli, creando un vero e proprio “cuscinetto” emotivo alimentato dallo scambio reciproco di esperienze e di strategie per affrontare le difficoltà quotidiane.

Da qui, il cammino del caregiver prosegue con un ciclo di quattro incontri di circa un’ora e un quarto ciascuno, condotti da professionisti e finalizzati al raggiungimento di un benessere fisico e psicologico profondo. Un viaggio rigenerante per la mente e per il corpo, che comincia dagli abiti indossati, vestiti comodi con cui muoversi agevolmente e sentirsi a proprio agio, un po’ come a casa. Si parte quindi con sessioni guidate di respirazione e rilassamento profondo, durante le quali le tensioni accumulate si sciolgono e il sistema nervoso ritrova il suo equilibrio. A questo si affiancano momenti di musicoterapia immaginativa: con il supporto di strumenti evocativi capaci di riprodurre i suoni della natura, il caregiver è cullato dallo scroscio delle onde del mare, dal lento scorrere di un ruscello, dal rumore del vento che muove le chiome degli alberi. Grazie a queste tecniche, i partecipanti alle sedute riescono a riconnettersi con il proprio io e rigenerarsi, riscoprendo un senso di profondo e duraturo benessere.

Per permettere una partecipazione reale e serena, il progetto prevede un servizio di sollievo concreto: mentre i genitori sono impegnati nelle attività, i figli vengono accuditi da operatori dedicati in una stanza vicina. Sapere che i propri cari sono in mani sicure permette ai caregiver di concentrarsi su di sé, un’esperienza a cui spesso non sono più abituati. Una dimostrazione pratica di come “I Care” non sia solo una somma di attività separate, ma un sistema che unisce al suo interno servizi diversi tra loro, che, integrandosi, creano benessere e aprono a nuove possibilità, per i caregiver, di vivere la propria vita al di là del proprio ruolo di cura.

Costruire reti che restano sul territorio

L’impatto del progetto “I Care” va oltre il benessere dei singoli partecipanti. In piccoli comuni, come Francofonte o Carlentini, dove le occasioni di aggregazione di questo tipo sono rare, l’iniziativa sta muovendo i primi passi verso la creazione di legami comunitari solidi. L’auspicio è che, una volta concluso il percorso guidato, questi gruppi possano trasformarsi in associazioni autonome di genitori, capaci di continuare a sostenersi a vicenda e di restare come risorsa viva per tutto il territorio.

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