Un pomeriggio per riaccendere le emozioni di un intero anno: l’evento conclusivo di “Una Notte al Museo”

C’è un momento, nei progetti educativi che funzionano davvero, in cui il risultato smette di essere una restituzione formale e diventa un’esperienza condivisa. È quello che è accaduto ieri all’Istituto Comprensivo Pascoli-Crispi di Messina, durante l’evento conclusivo di “Una Notte al Museo”: non una semplice chiusura, ma un ritorno collettivo dentro un percorso che ha lasciato un segno.

Promosso dalla Fondazione Ebbene in collaborazione con l’I. C. Pascoli-Crispi e finanziato dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia – Presidenza del Consiglio dei Ministri nell’ambito dell’Avviso Educare Insieme, il progetto è nato per affrontare una delle sfide più urgenti del nostro tempo: la povertà educativa. Lo ha fatto scegliendo una strada tutt’altro che scontata, quella della cultura come diritto, del patrimonio come bene vivo, dell’arte come linguaggio accessibile.

Nel corso di un intero anno scolastico, bambine e bambini sono stati accompagnati da docenti competenti in un viaggio fatto di visite guidate, laboratori artistici e didattici, digital storytelling, modellazione e clayanimation, teatro e danza. Attività svolte dentro e fuori la scuola, in un tempo educativo che ha saputo allargarsi, contaminarsi, diventare spazio di relazione e di scoperta. Non lezioni frontali, ma apprendimento esperienziale, capace di rafforzare competenze emotive, espressive e relazionali.

L’evento conclusivo ha restituito tutto questo con naturalezza. Le aule e gli spazi dell’istituto si sono trasformati in luoghi narranti: immagini, voci, movimenti, racconti digitali. Un racconto corale che ha permesso a famiglie, docenti e comunità di rivedere il progetto nella sua interezza, riconoscendo il valore di ogni singolo passaggio.

Un passaggio chiave era già avvenuto lo scorso luglio, quando oltre 100 bambini e bambine, al Museo Regionale di Messina, avevano portato in scena il frutto del lavoro svolto durante l’anno attraverso uno spettacolo teatrale e la presentazione dei prodotti multimediali realizzati insieme ai docenti. Un momento pubblico, di grande intensità, che aveva segnato l’incontro tra scuola e città. Ieri, quella esperienza è tornata a casa, arricchita di nuovi significati.

“Una Notte al Museo” ha dimostrato che educare insieme è possibile, quando scuola, territorio e terzo settore si riconoscono come parte della stessa comunità educante. Il museo, la scuola, la tecnologia e l’arte non sono stati strumenti separati, ma ponti: tra generazioni, tra saperi, tra il dentro e il fuori.

In un tempo in cui la povertà educativa rischia di diventare una condizione strutturale, questo progetto racconta un’altra possibilità. Quella in cui i bambini non sono destinatari passivi, ma protagonisti attivi, capaci di riappropriarsi del proprio territorio e di guardarlo con occhi nuovi.

Attraverso un ricco partenariato pubblico-privato, I Care vuole restituire ai caregiver il proprio ruolo sociale, supportandoli nelle attività quotidiane di assistenza e consentendogli, attraverso percorsi di sostegno pratico e psicologico e momenti di sollievo, di ritrovare il tempo per sé. Fondamentale in questo contesto risulta anche e soprattutto l’attività lavorativa, indispensabile per la crescita economica e personale dell’individuo, ed è qui che entra in gioco FRADI, impresa sociale nata a Olbia, in Sardegna, specializzata nella costruzione di piani di welfare personalizzati, pensati per sostenere aziende, lavoratori e famiglie, intrecciandone i bisogni con i servizi offerti dal territorio di riferimento. Si parla infatti, nello specifico, di welfare di comunità, perché finalizzato a creare una vera e propria rete sul territorio incrociando domanda e offerta di servizi e sostenendo lo sviluppo locale.

Il suo ruolo all’interno del progetto I Care è fondamentale perché fornisce alle aziende e agli enti pubblici coinvolti gli strumenti per andare incontro alle necessità dei lavoratori caregiver. Dopo una prima fase di ascolto dei bisogni del territorio, sono in fase di avvio le attività formative, indirizzate a due destinatari principali: da un lato le aziende, il terzo settore e gli enti pubblici; dall’altro i caregiver stessi.

Al mondo delle imprese e, in generale, ai datori di lavoro, FRADI spiega come funzionano le politiche di welfare e come attuarle all’interno della propria organizzazione, quali sono i benefici da un punto di vista fiscale, ma anche di produzione, perché un lavoratore che riesce a conciliare vita e lavoro è un lavoratore più sereno e conseguentemente più produttivo. Un’attività analoga di informazione e formazione è destinata anche ai caregiver, spesso inconsapevoli di quali siano i loro diritti, le opportunità e i servizi cui possono accedere. Oltre a spiegare come funziona lo strumento del welfare aziendale da un punto di vista tecnico, infatti, si lavora per consentire al caregiver, magari in aspettativa, di ritornare in ufficio in serenità.

Questo impegno non riguarda solo i lavoratori più giovani, ma coinvolge una fascia di popolazione sempre più avanti con l’età. Secondo i dati del CNEL il 77,4% dei caregiver in Italia ha più di 45 anni, con una quota significativa, il 21,4%, composta da persone che hanno già superato i 65 anni. È proprio per rispondere a questa specificità demografica che FRADI, all’interno di I Care, ha promosso con successo un’attività formativa dedicata all’invecchiamento attivo (indirizzata ad anziani caregiver e anziani assistiti), che, realizzata nei mesi scorsi, ha registrato una grande partecipazione e soddisfazione, anche da parte degli operatori. In cantiere, però, c’è ancora tanto altro, per i prossimi mesi è infatti in programma un’intensa settimana di formazione dedicata ad aziende, terzo settore, comuni e caregiver.

Attraverso il progetto I Care, sostenuto da Fondazione Con il Sud, l’obiettivo condiviso da Cooperativa Social Health & Senectus, Fondazione Èbbene ETS, l’impresa sociale FRADI e Associazione ISNET è dare vita a un sistema stabile e replicabile che sostenga concretamente i caregiver, accompagnandoli nella quotidianità e aiutandoli a ritrovare una propria dimensione che non sia solo quella dell’attività di cura, ma che gli permetta di vivere una vita piena e in linea con la propria personalità e le proprie necessità, sociali e lavorative. Il tutto sempre all’interno di una comunità che non sia solo sulla carta, ma che si configuri come una vera e propria rete di sostegno reciproco.

* I dati sono estrapolati dal Rapporto sul valore sociale del caregiver realizzato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) nel 2024.

Share This Story, Choose Your Platform!

Resta in contatto con la Fondazione Èbbene - Iscriviti alla nostra newsletter

Riceverai aggiornamenti su progetti, eventi e altre notizie.


Go to Top